

Gli
italo-albanesi o arbëreshë, disseminati in sette regioni dell’Italia
Centro-Meridionale, costituiscono un insieme di isole etnico-linguistiche molto
legate alle proprie tradizioni. Gli insediamenti presenti in Italia sono
cinquantaquattro, con una popolazione di circa 100.000 abitanti, tutti
accomunati dalla lingua parlata, l’arbëresh. La presenza più massiccia è da
registrarsi in Calabria con 30 comunità: 25 in provincia di Cosenza e 5 in
provincia di Catanzaro. Gli altri insediamenti sono ubicati in : Molise (4),
Abruzzo (1), Campania (1), in Puglia (3), in Basilicata (5) ed in Sicilia .
La maggior
parte delle comunità albanofone è di rito greco-bizantino, questo si può
capire osservando, le chiese, tutte decorate con affreschi bizantini, oppure
nella celebrazione della messa, ancora oggi celebrata
in greco e in albanese.
E’ da più
di cinque secoli che gli Arbëreshë (Gli italo-albanesi vengono ancora
chiamati con il nome che avevano nel loro paese di origine “Arbëreshë”
appunto) sono insediati in Italia. L’emigrazione avvenne in varie ondate,
dalla seconda metà del XV° secolo
alla seconda metà del XVII°. Sette
in tutto, se si eccettuano le prime presenze nel Veneto e nelle Marche risalenti
al 1200, e soprattutto i continui e ormai quotidiani sbarchi nelle coste
pugliesi degli ultimi anni. Le prime due migrazioni furono di carattere militare: infatti nel 1448 arrivò in Calabria
Demetrio Reres con un contingente armato al servizio di Alfonso I° d’Aragona,
mentre in Sicilia arrivavano altre colonie con i figli di Reres. Più tardi con
l’intensificarsi dei rapporti tra
l’Albania e il Regno, Giorgio Castriota Skanderbeg (Condottiero
Albanese) inviò altri soldati a Ferdinando I° per
appoggiarlo contro gli Angioini. I Castriota ebbero cosi feudi in Puglia, e molti albanesi seguirono, in
Calabria, Irene Castriota, andata in sposa al Principe Sanseverino di Bisignano (1470).
Dopo la morte
di Skanderbeg (1468) e la caduta di Croja e Scutari, si ha un’altra migrazione
e grazie agli albanesi emigrati, nascono e si ripopolano le comunità della
Calabria Citeriore intorno ad
antiche abbazie, in siti alpestri e collinari delle zone del Pollino, della
Valle del Crati, della Sila Greca e del Tirreno. Ma la più
importante e consistente migrazione si ebbe più tardi quando i Turchi
espugnarono la fortezza di Corone, e si impadronirono cosi di fatto
dell’Albania (1533-34).
Le colonie
albanesi, ben accolte sia dalla Casa d’Aragona, che dalla Chiesa Romana, alle
quali non impose il rito latino, erano composte a quei tempi prevalentemente da
contadini e soldati, con propri “Capitoli” e regolamenti. In realtà, però,
in questo periodo non ebbero una vita grama, infatti solo dopo la riforma
settecentesca trovarono la possibilità di un ascesa. Così solo intorno al
settecento gli arbëreshë ebbero
importanti concessioni, come il Collegio Ecclesiastico ed un Vescovado di rito
greco-bizantino.
Come si è già detto, la lingua parlata è l’Arbëresh
che, pur con varie sfumature e sotto dialetti, ha come comune denominatore il
dialetto tosco, parlato nell’Albania meridionale ed elevato poi a lingua
letteraria nazionale. La diaspora degli albanesi, non è mai lo spostamento di
gruppi di sbandati ma, piuttosto, la migrazione di intere popolazioni
consapevoli di possedere una precisa identità etnico-culturale, alla quale non
hanno voluto rinunciare, ecco perché dopo cinque secoli di storia
“italiana”, con gli inevitabili incontri/scontri con le culture e le realtà
locali, questa minoranza etnicolinguistica appare saldamente ancorata alle proprie
tradizioni.